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Un anno dedicato al volontariato a Kecskemét, Ungheria

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Ciao a tutti,

Settembre è arrivato in un battito di ciglia e mi ritrovo a mettere insieme i ricordi di un anno in Ungheria, un anno straordinario.

È molto difficile iniziare, perché tante cose sono accadute, dentro di me e fuori. Ecco, potrei iniziare col dirvi che un’esperienza di volontariato europeo come questa è una grande occasione di crescita e apprendimento, da consigliare a chiunque.
Si parte pieni di aspettative, magari speranzosi di riuscire a dare una svolta alla propria vita e – anche in modi diversi da quelli previsti – questo è proprio ciò che accade.
Vi spiego perché e come.

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A Kecskemét ho svolto attività molto differenti: ho contribuito a realizzare eventi culturali; ho ideato una classe di italiano per principianti (e non dimenticherò mai lo sguardo pieno di entusiasmo di ognuno dei “miei” studenti); ho scattato fotografie durante i nostri eventi; ho contribuito alla progettazione del club di lingua inglese; ho preso parte attiva in giornate di team building, in workshops e in incontri di scambio culturale. E queste sono solo alcune delle attività svolte!

Ma non solo, ho anche trovato il tempo di apprezzare la tranquillità di un pomeriggio in centro, tra gli splendidi alberi che ovunque trovi in città. Ho provato maldestramente ad imparare la lingua ungherese, ottenendo pochi risultati sul piano pratico, ma chiarendo a me stessa che tutto ciò che desideriamo può potenzialmente essere nostro, se ci si impegna e se lo si vuole davvero.

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Ho trascorso splendide serate in compagnia di locals che si sono rivelati non solo compagni di viaggio ma amici, pronti ad aiutare nel momento del bisogno. Ho inoltre – inaspettatamente – imparato ad apprezzare le mie stesse radici.
Dovete sapere che i miei sentimenti verso l’Italia, il giorno della partenza a Giugno 2018, erano molto contrastanti: mi chiedevo se avrei avuto un futuro qui, se avrei realizzato i miei sogni professionali, se sarei riuscita a conquistarmi il mio pezzo di felicità.
Dopo un anno, passato a riflettere sul dove e quando avrei trovato quella felicità, ho deciso di ritornare in Italia, di scommettere sulle mie radici, di lottare con una tenacia che solo un’esperienza come quella in Ungheria avrebbe potuto darmi.
Ho apprezzato la musica italiana e quella ungherese. Ho abbracciato ogni cultura, ho imparato ad abbracciare.

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I bambini e i giovani del centro giovanile in cui ho stabilmente lavorato da Settembre 2018 a Giugno 2019 mi hanno insegnato cosa vuol dire ascoltare e mi hanno trasmesso letteralmente la gioia di abbracciarsi e di condividere piccoli momenti di felicità.
Non potrò mai dimenticare gli origami creati insieme, i picnic durante i “Giorni dell’Università”, le sessioni di gioco, le tazze e i piatti lavati e asciugati dopo il club di conversazione, le fotografie scattate e i pomeriggi passati a discutere il programma del club settimanale.

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Sono grata di tutto il tempo trascorso a Kecskemét, tempo che ha rafforzato la mia fiducia nella collaborazione tra paesi e tra culture differenti, ma che mi ha anche aperto gli occhi sul contributo che posso dare da qui in avanti, ora che sono a casa.

Prima di partire, infatti, ero estremamente convinta che dovessi nel giro di uno, massimo due anni, entrare nella cooperazione internazionale. Non ammettevo l’idea di mettere in discussione quel piano.
Ebbene, io amo dire, a chi me lo chiede, che i bambini e gli adolescenti di Kecskemét mi hanno fatto cambiato la vita. Mai avrei pensato che nel mio futuro proprio gli adolescenti potessero essere il centro della mia vita professionale. Avevo preso tutto questo come un’occasione per acquisire esperienza, ma non credevo mi avrebbe cambiata così profondamente.

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Al mio ritorno in Italia, ho dunque preso una decisione cruciale e coraggiosa. Mi sono infatti nuovamente immatricolata all’Università, e dopo 5 anni di formazione in Scienze Politiche e diritti umani, ho scelto di iniziare degli studi in Scienze dell’Educazione. Vorrei che il mio focus fosse l’attività di gioco come esperienza di sviluppo del bambino e mi immagino a lavorare con bambini e adolescenti in situazioni di difficoltà, nelle periferie e ovunque ce ne sia bisogno.
Non so se questo mi porterà ad entrare nella cooperazione internazionale e stranamente non è più il centro dei miei pensieri. Dopo un anno trascorso a lavorare al fianco di youth workers ho deciso di diventarlo io stessa. Con la speranza che un giorno questa figura professionale venga ampiamente riconosciuta anche nel nostro paese.

Vorrei concludere invitando ognuno di voi lettori a pensare seriamente di intraprendere questo percorso. Non si tratta solo di andare all’estero per dare respiro internazionale al vostro CV, si tratta di crescere sul serio, di imparare a sopportare le distanze fisiche e mentali, di scoprire quanto di bello ci sia oltre il nostro naso.

Vi abbraccio e auguro a tutti buona fortuna.

Scritto da Angela Carta

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